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Seni e uova: percorsi letterari nella Tokyo contemporanea

Leggere la città tra le righe: storie che si snodano lungo le strade della metropoli. È da qui che nasce l’idea di Tokyo letteraria, rubrica che mira a scoprire i luoghi e le diverse anime della Tokyo dei libri: quella raccontata da scrittori e scrittrici dell’era moderna e contemporanea, una guida che ci consenta anche di osservare il cambiamento nella toponomastica e negli umori cittadini.

Avevo già in programma altre due tappe, tra Tokyo contemporanea e Tokyo Meiji, ma mi concedo un “intermezzo”, scaturito dalla lettura dell’ultimo #librogiappone, il caso editoriale Seni e uova, di Mieko Kawakami, pubblicato a settembre 2020 da Edizioni E/O nella traduzione di Gianluca Coci.

Il romanzo, grazie alle descrizioni precise e dettagliate di Kawakami, riesce a restituire al lettore un’immagine vivida dei luoghi e delle vicende che coinvolgono le protagoniste.

Seni e uova: i luoghi del romanzo


(fai click sulla mappa per ingrandirla e trovare i luoghi del romanzo)

Seni e uova è principalmente ambientato a Tokyo: il romanzo, suddiviso in due parti, vede infatti Natsuko, la protagonista, muoversi per le strade della metropoli, dove si arrabatta per tirare su uno stipendio, sperando nel frattempo di realizzarsi come scrittrice.

La stazione di Tokyo

stazione di tokyo

“Che folla, a Tokyo è sempre strapieno di gente”, “Questa stazione è gigantesca, ci si perde!”, “A Tokyo i giovani hanno tutti la faccia minuta”. Eccitata come una bambina, diceva ad alta voce “Mi scusi! Mi scusi!” tutte le volte che rischiava di scontrarsi con qualcuno proveniente dal senso opposto.

Già dalle prime battute del romanzo siamo trascinati nell’atmosfera di una Tokyo estiva: la calca della stazione, il caldo afoso. Ma anche lo stupore, di chi si reca a Tokyo per la prima volta, o quasi, e si trova davanti a un mondo praticamente sconosciuto.

La stazione di Tokyo rappresenta quasi il centro della città, siamo nel cuore di Chiyoda, nel quartiere d’affari Marunouchi e a pochi passi dal Palazzo Imperiale. Ma ci rimaniamo per poco tempo, la narrazione poi procede nei luoghi in cui vive Natsuko, nella periferia di Tokyo.


Minowa

In questa prima parte del romanzo, Natsuko vive a Minowa, nel quartiere Taitō, zona nord-est di Tokyo, non lontano dal Sensōji. Una scelta che probabilmente non è del tutto casuale: Minowa, infatti, è un distretto profondamente legato alla figura di Higuchi Ichiyō (ve ne ho parlato qui, sulle tracce della Tokyo di Higuchi Ichiyō), una delle più importanti figure femminili dell’era Meiji (1868-1912), il cui vero nome era Natsuko.

Minowa è una zona che mantiene ben saldo il legame con la Tokyo di inizio XX secolo, di cui si può ben percepire l’atmosfera Shōwa tra le sue stradine ed edifici un po’ diroccati. Ci si arriva, facilmente, oltre che dalla stazione, anche tramite la linea Toden-Arakawa, l’ultimo tram di Tokyo, dove fa capolinea (l’altro capolinea è a Waseda).

Siamo arrivate alla stazione di Minowa, la più vicina a casa mia, poco dopo le due di pomeriggio. Lungo la strada ci siamo fermate in un ristorantino e abbiamo mangiato una porzione di soba in piedi, duecentodieci yen a testa. Poi abbiamo proseguito per circa dieci minuti, nel mezzo del canto avvolgente delle cicale.

La stazione di Minowa, foto tratta da Wikipedia

Nella prima parte del romanzo la narrazione è statica, raramente ci allontaniamo dal quartiere: ad eccezione del viaggio di andata e ritorno verso la stazione di Tokyo, di fatto rimaniamo tra la casa di Natsuko e i luoghi del quartiere. Ne ricaviamo l’impressione di immobilismo, quasi di immutabilità, come se il destino non permettesse un reale cambiamento.

Minowa è una zona tranquilla, in cui ci si muove lentamente tra le sue strade e le botteghe, come se nulla, o quasi, fosse cambiato dalla Tokyo del passato.

In giro non c’era quasi nessuno, regnava un gran silenzio. Abbiamo incrociato solo una signora con in mano una busta della spesa e una coppia di anziani che procedeva a passo molto lento. I bagni pubblici si trovavano nel mezzo di un’area residenziale, circondati da una selva di palazzine, e l’ingresso era situato in un posto un po’ nascosto, non di passaggio.

Ristoranti, izakaya e un sentō, sono i luoghi che vediamo tramite le parole di Natsuko. Coordinate tipiche di qualunque quartiere cittadino, che qui però diventano quasi essenziali allo svolgimento delle dinamiche, e delle riflessioni della protagonista.

In ultimo, Natsuko si reca con la nipote Midoriko in un luna park. È una giornata afosa d’estate, ma le due riescono a instaurare un bel rapporto, che si conclude col giro su una ruota panoramica.

Come gli altri elementi citati nel testo, non si può individuare il luna park (potrebbe essere del tutto immaginario, o ispirato a chissà quale luogo), tuttavia mi sembrava carino segnalare che in quest’area di Tokyo si trova l’Arakawa Amusement Park, un piccolo luna park decisamente vintage, aperto negli anni Cinquanta, con una fattoria degli animali, e una ruota panoramica. Ci si arriva facilmente col tram Toden-Arakawa (fermata: Arakawa Yūenchimae).

Colori, odori e sensazioni simili che si sovrapponevano tra loro e davano vita a falsi ricordi. Sì, forse nel lontano passato della mia infanzia non avevo mai visto per davvero il cielo e la città al tramonto dall’alto di una ruota panoramica.


Nella seconda parte del romanzo l’ambientazione cambia, e anche i temi e il tono della narrazione.

Sono trascorsi dieci anni, Natsuko non vive più a Minowa: si è infatti trasferita a Sangenjaya, nell’area sud-ovest, dopo che la palazzina in cui viveva è stata demolita. E tutta questa parte del romanzo è un continuo muoversi su e giù tra i quartieri ovest di Tokyo.

Sangenjaya

strada tokyo sangenjaya

Tratta da Tokyo Weekender

Siamo a Setagaya, alle ovest di Shibuya, lungo la linea Tōkyū Den’entoshi: una zona periferica decisamente pittoresca e molto amata, per la sua tranquillità, le sue stradine alberate e l’atmosfera decisamente rilassata che si respira.

Rispetto alla prima parte, possiamo assistere agli spostamenti della protagonista tra diverse zone della città, rendendo in questo senso la lettura molto più dinamica. La vita di Natsu è infatti cambiata, ora è diventata una scrittrice conosciuta, e di conseguenza questo influenza la sua vita e le sue relazioni. La seguiamo tra le strade e i ristoranti e le caffetterie di Sangenjaya, ma anche nei locali di Shibuya, e nelle librerie di Jinbōchō e Aoyama.

Lungo le pagine del romanzo, come in un film, non ci scorrono davanti solo le diverse zone della città, con la loro folla di gente, i locali, ma anche le stagioni che lentamente si alternano.


Shibuya e Jinbōcho

Agosto. Le due e mezza di pomeriggio. Sotto il sole splendente tutto splendeva di un bianco abbagliante. E il cielo azzurro, terso, si stagliava uniforme e compatto tra un edificio e l’altro.

La storia si apre a Shibuya, dove Natsuko è in compagnia di alcune ex colleghe per un pranzo, in un locale specializzato in galette. E se ve lo state chiedendo, sì, ho provato a cercarlo. Ci sono diversi locali di questo tipo nell’area di Shibuya, tra questi ho individuato il Galettoria, (indirizzo: 1-26-1 Shoto, Shibuya), non lontano dalla stazione di Shibuya.

Alla stazione, Natsu si ritrova per la prima volta a parlare con Konno, che si dirige verso Mizonokuchi, zona periferica situata a Kawasaki; mentre Natsu si muove verso Jinbōchō, distretto conosciuto come la zona dei libri e delle case editrici, e dove ha appuntamento con la sua editor.

Siamo a Kanda, il distretto della cultura: è qui che nascono scuole e università, ed è qui che sono stati realizzati il primo museo e la prima biblioteca del Giappone. Jinbōchō è un must-see per gli appassionati di libri: qui prosperano librerie e negozi di libri usati sin dall’epoca Meiji, con la nascita delle università giapponesi. Dal dopoguerra, il quartiere è diventato sede di tantissime case editrici, a partire dall’Iwanami Shoten, e nel corso degli anni la zona è diventata luogo di ritrovi di scrittori, studenti universitari e intellettuali.


Shibuya fa la sua comparsa nuovamente verso la fine del libro, in quell’orribile appuntamento che Natsu si dà con il donatore di seme. Si incontrano al Miami Garden: siamo ancora davanti la stazione di Shibuya (マイアミガーデン 渋谷駅前ハチ公広場店, 2-3-1 Dōgenzaka, Shibuya).

Era la metà di giugno. Il cielo era gravido di nuvole basse e grigie fin dal primo mattino (…) La stagione delle piogge era già cominciata e si susseguivano giornate plumbee e uggiose, eppure non pioveva dalla settimana precedente.

La notte di Shibuya era un tripudio di luci abbaglianti: i semafori, le insegne dei negozi, i fari delle automobili, le vetrine, i lampioni, gli schermi dei telefonini. Un mondo assolutamente privo di ombre.

Qui mi è venuto in mente Tanizaki e il suo amore per la civiltà giapponese, avvolta dalla penombra e contrapposta agli eccessi dell’illuminazione elettrica. La sensibilità di un mondo che si limita a suggerire, evoca ma non dice, e che viene letteralmente violentata da un mondo fatto di luce, di spazi bianchi e asettici.


Aoyama e Omotesandō

Tratta da Time Out Tokyo

Le stagioni mutano di continuo, arriviamo a novembre, quando Natsuko, su invito della sua editor, decide di partecipare a un reading presso una libreria di Aoyama. A seguire, poi, parteciperà a un rinfresco in un‘izakaya lì vicino, e qui farà la conoscenza di Yusa Rika, scrittrice con cui instaurerà un bel rapporto di amicizia.

Erano le otto e mezza in punto. Nell’aria limpida e fresca della serata autunnale, a ogni singolo respiro sembrava corrispondere un sibilo cristallino e penetrante.

Io e Sengawa ci siamo incamminate fianco a fianco lungo l’ampio viale di Omotesandō, ammirando le vetrine dei negozi sotto una pioggia di luci abbaglianti.

“Sembra già Natale”.

Aoyama, che prende il nome da uno dei più fidati daimyō di Tokugawa Ieyasu, Aoyama Tadanari, è il quartiere “bene” di Tokyo, quello del lusso, dallo stile sofisticato e signorile. Siamo nell’area sud-ovest, tra Akasaka e Shibuya. Aoyama è la zona alla moda della città, con le sue boutique e una ricca e sviluppata cultura del caffè.

Omotesandō è un lungo viale che divide Shibuya e Harajuku, famosa via dello shopping, ornato da zelkova giapponesi, e spesso paragonato agli Champss Elysées parigini. Il viale si estende dal santuario Meiji, fino a Aoyama-dōri ed è stato progettato in era Taishō come viale d’ingresso al santuario (il suo nome significa ingresso frontale, sandō è infatti il viale che conduce al santuario).

Jiyūgaoka


Arriviamo al giorno di Natale, che Natsuko trascorre assistendo a un incontro sulla fecondazione assistita, uno dei temi fondanti della seconda parte di questo romanzo. È qui che incontra Aizawa Jun, figlio di una fecondazione eterologa: è con lui che l’autrice si interroga sulle problematiche relative alla fertilità, capovolgendo il punto di vista e guardando ai figli nati dall’inseminazione.

Siamo di nuovo nell’area di Setagaya, e Jiyūgaoka è un quartiere delizioso, sito a sud di Meguro, lungo la linea Tōkyū-Tōyoko. Si tratta di una delle zone più amate di Tokyo, considerata un quartiere ideale dove vivere, dall’atmosfera serena e rilassata, con un tocco quasi europeo (c’è addirittura una piccola Venezia). Qui si trovano tanti caffè, panetterie e negozi di abbigliamento.

Non ero mai stata prima a Jiyūgaoka. Vuoi perché era domenica, i marciapiedi pullulavano di gente. Gente seduta sulle panchine a mangiare qualcosa, gente che giocava con i bambini o che portava a spasso esotici cani di grossa taglia.

È il 25 dicembre, giorno che in Giappone non è festivo, e Natsuko si ferma su una panchina a osservare l’umanità che la circonda, l’atmosfera natalizia è inebriante: le luci, l’albero di Natale, le persone che fanno foto, bambine che ridono e scherzano nelle loro divise, coppie che passeggiano, famiglie a spasso con i passeggini.

Continuavo a guardare la città e le persone, ma avevo la sensazione che non avvenisse anche il contrario, come se fossi diventata invisibile.

Il Natale riesce a diventare il momento delle “mancanze” persino in un paese in cui non è festa: è palpabile nello sguardo di Natsuko il senso di solitudine, e il desiderio di vedere la propria vita cambiare. La città diventa il riflesso stesso dei suoi pensieri, restituendole un’immagine quasi inafferrabile.


Parco Komazawa – Setagaya

È arrivata la primavera, e il rapporto tra Natsuko e Aizawa Jun si intensifica.

E così è arrivata la primavera. I fiori di ciliegio schiudevano i loro boccioli nella quiete della notte blu scuro, poi i petali cadevano come risucchiati al suolo.

Il Komazawa Kōen (1-1 Komazawakōen, Setagaya) è un parco sportivo, sito tra Setagaya e Meguro, zona sud-ovest di Tokyo, non lontano da Jiyūgaoka e Sangenjaya.

A inizi Novecento, il parco era un campo da golf in cui hanno giocato anche l’imperatore Hirohito e re Giorgio V d’Inghilterra. La trasformazione in parco sportivo è stata immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale, per poi diventare un parco Olimpico in occasione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

Si tratta di un luogo perfetto per lunghe passeggiate all’ombra dei ciliegi in fiore, e che per i nostri protagonisti rappresenta un momento importante d’incontro: noi in realtà non assistiamo mai “direttamente” a questo appuntamento, a differenza degli altri, ma lo viviamo attraverso le parole dei protagonisti, in un non-detto che rivela tutta la sua eloquenza.

Era una giornata perfetta, sospesa al confine tra la primavera e l’estate. Non era la prima volta che andavo al parco di Komazawa, eppure ho avuto la sensazione di non esserci mai stato, tutto mi sembrava meraviglioso, come se quello fosse il posto in cui sognavo di recarmi da tempo. Il verde vicino e lontano degli alberi e delle piante era così chiaro e luminoso, e il solo camminare, muovere le braccia e le gambe, respirare e guardare intorno mi rendeva felice…

Al parco ci si arriva in 10 minuti a piedi dalla stazione Komazawadaigaku (linea Den’entoshi).


Nella toponomastica del romanzo, è interessante osservare le zone prese in considerazione: nella prima parte è la periferia nord-est, la shitamachi di un tempo, cioè la città bassa, quella popolare, echi di un passato che rimandano a un Giappone che non esiste più.

Nella seconda parte, invece, siamo a sud-ovest, molti luoghi citati nel romanzo si trovano lungo la linea Tōkyū Den’entoshi, una delle linee più affollate di pendolari di Tokyo.

Quest’area si è sviluppata soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, quando moltissime persone si spostarono qui. Prima del 1945, infatti, le colline di Tama a sud-ovest di Mizonokuchi erano prevalentemente coperte da foreste, e occupate da piccoli villaggi lungo la strada Ōyama (l’attuale strada statale 246).

Nel 1953 le persone residenti in questa area sono diventate circa 20.000, e da qui è nato lo schema per una “new town”, un piano di sviluppo dell’area, che vede il suo fulcro nella realizzazione di una nuova ferrovia, con aree residenziali costituite da abitazioni spaziose e vivibili per i pendolari che lavoravano a Tokyo: a realizzare questo progetto è stato il presidente del gruppo Tōkyū, Keita Gotō. La nuova area nella zona di Tama Den-En-Toshi (“città giardino”) viene edificata a partire dal 1959, e dagli anni ’70 in poi la popolazione della zona è cresciuta in maniera stabile.

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