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#LibroGiappone: la nostra intervista a Federica Lippi, traduttrice di Io sono un gatto, il manga

Per questa edizione di #LibroGiappone dedicata al manga tratto dal celebre romanzo di Natsume Soseki, Io sono un gatto, le ragazze del bookclub (Michela, Anna Lisa, Nicoletta e Stefania) e io abbiamo deciso di approfondire anche l’aspetto traduttivo e linguistico di quest’opera.

Per farlo, abbiamo coinvolto un’esperta del settore:  Federica Lippi, traduttrice di manga dal 2007, che si è occupata della traduzione dal giapponese del manga di Tirol Cobato, Io sono un gatto.

Federica in questa nostra intervista ci parla del suo lavoro e delle sfide linguistiche che ha incontrato durante la traduzione di questo bellissimo manga.

La ringraziamo per aver risposto alle nostre curiosità linguistiche: questo ci permette di apprezzare ancora di più, oltre il suo lavoro, anche lo stesso manga, e di comprendere meglio i meccanismi che si celano dietro un lavoro di traduzione così peculiare.

Ecco allora le nostre domande a Federica:

Ciao Federica, grazie per la tua disponibilità. Come prima cosa volevamo chiederti di parlarci un po’ di te, del tuo lavoro di traduttrice, di come hai cominciato e quali sono le caratteristiche che per te dovrebbe avere un buon traduttore.

Ciao a tutti e grazie per l’intervista!

Traduco manga da undici anni e ho cominciato banalmente… mandando il CV! I primi lavori li ho fatti per un piccolo editore, che pagava poco e mi dava un volume ogni tanto, quasi sempre hentai. E’ stato il battesimo del fuoco, una scuola che mi torna utile ancora oggi, specie per le onomatopee! In genere i titoli più dozzinali sono quelli più difficili da tradurre, perché scritti in una lingua confusa, piena di slang e vizi grammaticali, un brutto giapponese. Pur non parlando di argomenti complessi (tutt’altro), li trovo noiosi e complicati da rendere, perché in un certo senso devi migliorare un po’ la lingua di partenza. Ma tutto serve, specie agli inizi. Volevo tradurre per editori più grossi e mi sono proposta. Inizialmente non avevano bisogno di traduttori, ma di columnist per una rubrica sulla società giapponese. Per un anno ho mandato un articolo al mese, parlando di quello che volevo: film, giocattoli, cibo, qualsiasi cosa fosse pop. Quando hanno avuto bisogno di un traduttore in più, hanno chiesto a me. E così ho iniziato “seriamente”, rendendolo il mio lavoro. Questo per dire che all’inizio bisogna essere disposti ad aspettare, accettare collaborazioni di ogni tipo, insistere, farsi vivi alle fiere, parlare con gli editori, mostrarsi interessati, competenti, appassionati. E’ l’unico modo per farsi notare. Queste sono le caratteristiche di un buon traduttore, secondo me. Deve essere un lettore appassionato (di fumetti, se traduce fumetti), conoscere il linguaggio del medium fumetto innanzitutto, e poi ovviamente il Giappone (se traduce manga), la società giapponese e infine la lingua. Quella italiana, più di quella giapponese!

Io sono un gatto, il romanzo di Natsume Soseki

Personalmente, volevo sapere quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato nella traduzione di questo manga tratto da un grande classico della letteratura giapponese moderna.

Stefania invece chiede come ti sei organizzata con il lavoro di traduzione e in che modo ti è stato più o meno utile il confronto col romanzo di Natsume Soseki. 

Il manga riprende il testo del romanzo in tutto e per tutto, salvo alcune piccole semplificazioni linguistiche. Non è un adattamento, è proprio il testo originale di Natsume Soseki. Ma ovviamente non è integrale, molte parti sono state tagliate ed è stato operato una sorta di montaggio delle scene più significative della storia. Io ho lavorato con il romanzo originale a fronte, perché a volte, per capire bene i dialoghi, ho avuto bisogno di confrontarli con “il prima e il dopo”, quelle parti che nel manga sono state omesse. Alcune scene sono risolte in modo più sbrigativo, alcuni dialoghi accorpati o montati diversamente. Questa è stata la principale difficoltà. A volte il confronto con il romanzo mi è servito anche a capire alcune parole, che nel manga trovavo scritte in hiragana. L’hiragana si presta a più facili fraintendimenti o dubbi, dunque cercavo il passaggio nel romanzo per vedere se lì erano stati usati gli ideogrammi, che sono di più immediata comprensione (o almeno sapevo cosa cercare sul dizionario!). Naturalmente ho tenuto sottomano anche la traduzione di Antonietta Pastore, uscita una decina di anni fa per Neri Pozza. Sarebbe stato alquanto presuntuoso da parte mia ignorarne l’esistenza, e la stessa Antonietta si è resa disponibile a darmi una mano, se ne avessi avuto bisogno. Così non è stato, ma la sua traduzione è stato un punto di riferimento fondamentale.

 

Alcune domande a livello linguistico: Nicoletta di One Two Frida Travel Blog chiede: quali sono le principali differenze che hai ravvisato tra le due versioni? E a livello linguistico, il manga ha mantenuto lo stesso linguaggio del romanzo, oppure lo stile risulta più moderno? 

Mentre, per quanto riguarda il linguaggio del gatto, lo stile utilizzato nel manga riprende in qualche modo quello del romanzo, o presenta qualche caratterizzazione particolare? In che modo sei riuscita a renderlo in italiano? (domanda di Anna Lisa di Biblioteca Giapponese)

Infine, sempre in riferimento al linguaggio del gatto, Michela si domanda se il tono cinico-ironico che si riscontra in traduzione italiana, anche nell’originale giapponese risulta così “pungente”, oppure a livello linguistico il tono resta necessariamente più neutro? 

Nel manga mancano, ovviamente, tutte le lunghe parti descrittive, che sono esplicitate attraverso i disegni. È un concentrato dei dialoghi, con l’aggiunta dei commenti/pensieri del gatto protagonista, in forma molto più stringata che nel romanzo, di cui potremmo considerarlo una sorta di “bignami”. Il linguaggio non è più moderno, dato che il testo è quello scritto da Natsume Soseki, né presenta diverse caratterizzazioni. Il gatto ha un tono schietto e ironico anche in originale, ma nel manga la cosa è ancora più accentuata dalle sue espressioni, sempre molto azzeccate. Un animale non ha la gamma espressiva di un essere umano, naturalmente, ma la disegnatrice è riuscita a donare al gatto diverse sfaccettature, dalla tenerezza alla sfrontatezza, dalla curiosità alla paura. In generale ho trovato ottima la resa grafica di tutti i personaggi, dal gatto alla Nasona, passando per gli amici e colleghi del professore.È bello vedere materializzarsi sulla carta dei visi che leggendo il romanzo puoi solo immaginare, con dettagli come il dente rotto di Kangetsu o la barba da capra di Yagi (nomen omen).

Lo trovo un esperimento riuscito, che non penalizza l’opera originale, anzi la fa amare ancora di più.

E personalmente non potrei essere più d’accordo. Ringraziamo ancora Federica per la sua disponibilità e per il suo lavoro, spero avrete apprezzato anche voi il manga e la relativa traduzione in italiano.

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1 Commento

  • Reply
    Io sono un gatto: quando da un manga nasce un'intervista | One Two Frida
    giugno 14, 2018 at 11:20

    […] però a leggere l’intervista completa a Federica Lippi è pubblicata in un post di Daniela su Tradurre il Giappone, dove trovate anche le domande delle altre ragazze del bookclub: Michela, Stefania e Anna Lisa di […]

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