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Kyoto in 2 ore

La prima volta a Kyoto non si scorda mai, o almeno dovrebbe essere così. Ma devo ammettere che il nostro primo incontro, avvenuto anni fa, non fu forse dei più memorabili, anzi. Il primo impatto, appena fuori dalla stazione, fu alquanto deludente. Nella mia mente da studentessa di giapponese, Kyoto rappresentava l’essenza del Giappone, il suo nucleo più autentico e tradizionale, il Giappone che sognavo. Non mi aspettavo molto da Tokyo (che invece mi ha conquistato in un nanosecondo), ma su Kyoto le mie aspettative erano senz’altro al massimo. E so quanto questo abbia penalizzato il nostro primo incontro: l’immagine da cartolina, di un Giappone che non esiste più si era fatta sfocata, lasciando spazio a una sfilza di brutti edifici.

Ripensando oggi capisco perfettamente l’errore nel mio approccio iniziale, e Kyoto alla fine non ci ha messo poi molto a conquistarmi, mi è bastato ammirarne la bellezza e la sacralità dei templi, perdermi per Higashiyama, percorrere la fila infinita di torii al Fushimi Inari, lasciarmi conquistare dalle sue aree naturali. Kyoto per me è stata una scoperta giorno dopo giorno, una conoscenza che doveva essere sviscerata in maniera più profonda. Per me Kyoto non è mai stata una bellezza sfacciata, ma un qualcosa di sfuggente, che richiedeva il giusto tempo per essere pienamente capita.

Ma questo vale per me e per come funziono io, che sono naturalmente più attratta dalle metropoli. Vengo da Roma, e anche se molti aspetti di questa città (specie negli ultimi tempi) sono brutti, sporchi e lasciati all’incuria (praticamente quanto di più diverso esista in Giappone), sono anche abituata alla bellezza sfacciata, esibita e pronta all’uso. Non c’è neanche bisogno di cercarla, messa così a disposizione di tutti. Ciò rende difficile per me stupirmi davanti ad altri tipi di bellezza.

E Tokyo per me è stato una sberla in pieno volto. Mentre Kyoto, come tutte le signore d’altri tempi, mi ha dovuta conquistare sfoderando la sua eleganza, il suo charme.

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